Nel cuore di Ceneda
03/09/2010 - 15:08
Categoria: Istruzione
- Nel blog di: Massimo
Tags: Ceneda, don Rino, Tiziano, vittorio veneto
Anticlericale come sono, un prete mi va giù solo se è molto poco prete. In altre parole, se confina le sue omelie nell'ambito cui sono destinate, ossia nelle mésse (cui non partecipo). Come altrimenti potrei vivere sereno, dato che mi occupo di archivi storici parrocchiali e, quindi, vivo in mezzo ai preti?
Un bell'esempio di prete-non-prete è, a mio modo di vedere, monsignor Rino Bechevolo, anziano ma instancabile custode del Museo Diocesano di Vittorio Veneto. Se volete divorare, qui a Vittorio, l'arte a gran bocconi, non potete non far riferimento a don Rino: il museo è, infatti, aperto solo su richiesta e solo se scortati da lui. L'obbligo di accompagnamento può sembrare draconiano, ma offre molti lati positivi. Intanto, è possibile concordare liberamente l'orario della visita, che sarà comoda, distesa e capillare: tutto il tempo che si ha a disposizione. Poi l'ingresso è totalmente gratuito ed è possibile scattare foto a ogni dipinto. Infine la spiegazione di don Rino è indispensabile, dato che il museo è sostanzialmente inedito. Il catalogo del 1986, com'è ovvio, non rende conto delle numerose successive acquisizioni. E inedita è tutta la storia delle singole opere e dei loro restauri.
Sì, perché don Rino le opere le ha trovate lui, in prima persona, su incarico dei vescovi Luciani e, poi, Cunial, che lo avevano sguinzagliato per la diocesi in cerca di opere d'arte in pericolo. Un esempio? la consuntissima Madonna con Bambino fra i Santi Pietro e Paolo, proveniente dal Castello di Roganzuolo e autografa di Tiziano. Ma che ci faceva un Tiziano in cima a quel cocuzzolo (strada stretta e ripida, in tutto una chiesa e una casa bassa, nemmeno un cartello stradale)? Don Rino non perde un colpo: la casa bassa fu la "seconda casa" di Tiziano, che ci veniva in vacanza. Perché Tiziano viveva, com'è noto, tra Venezia e Pieve di Cadore, e aveva una figlia, Cornelia, maritata qui a Serravalle.
Ma il Museo Diocesano non ospita, come si potrebbe pensare, solo opere d'arte antica e arredi sacri: ma tutto quanto i parroci della diocesi, convinti dalla dialettica di don Rino, gli hanno lasciato. Quindi anche fossili, certamente. Vi è perfino una collezione di distintivi delle varie dittature: croci svastica, falci e martelli, fasci littori: perché i personaggi storici, anche i più biechi, vanno studiati con rispetto e curiosità. Vedo in un cantuccio una matrioska e ovviamente chiedo lumi a don Rino.
Un bel giorno, sarà stato il 1964, si organizzò un viaggio in Russia e don Rino volle partire a tutti i costi. Nessuna censura, nessuna clandestinità (una sorpresa per me, che ero abituato al "Compagno Don Camillo" di Guareschi); solo, l'obbligo, per i preti, di lasciare a casa la tonaca. Così don Rino, entrato in seminario a 12 anni e mai più uscitone, si comprò il primo completo e la prima cravatta della sua vita. La cravatta ebbe vita breve, perché la donò, appena giunto in Russia, a un gruppo di ragazzini.
E il Dalì? Il Dalì si trova in fondo al museo, nell'enorme sala dedicata al lascito di mons. Antonio Moret. Anche qui ci scappa l'aneddoto. - Don Moret ha 96 anni, ma sta meglio di me; eppure, ancora anni fa, lo convinsi di essere prossimo al traguardo della sua vita e lo persuasi a lasciarmi tutto -. Una stanza enorme, dicevo, con una distesa di dipinti degli ultimi cinquant'anni, non necessariamente di argomento sacro: vi si distinguono un piccolo Vedova e, appunto, un inatteso Dalì.
Il museo si trova all'ultimo piano del Seminario Vescovile, in piazza a Ceneda, proprio di fronte al Museo della Battaglia.
Massimo
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Massimo
Ven, 03/09/2010 - 15:08
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