Che Veronica (leggi: c’è Veronica)
04/05/2009 - 20:50
Categoria: Persone
- Nel blog di: manu
Tags: jung, mito, Veronica
“Non c’è più religione!”. Secoli e secoli, anzi: un paio di millenni a ‘sto punto, di pensiero (fondamentalmente) cristiano ci hanno lasciato in eredità un’espressione che è una summa, anzi: uno sbuffo di desolazione etico-eretico-spirituale-dissociativa (non ho la più pallida idea di che cosa sto scrivendo, ma seguitemi lo stesso): “Non c’è più religione!”.
Un’espressione a cui ricorriamo (io raramente, altri con maggiore frequenza) per esprimere la consapevolezza di un’assenza di valori a cui per secoli e secoli, anzi per un paio di millenni, abbiamo creduto e sui quali abbiamo impostato la nostra vita.
Bene. Ora accanto a quest’espressione se ne profila un’altra (non meno sbuffante): “Non ci sono più miti!” O meglio: ce ne sono troppi. Per Jung il mito è un archetipo, un’immagine, un modello, un marchio, una figura che concentra in sé pensiero, sentimento, sensazione e intuizione. E (aggiugerei) passione, coraggio, coerenza, certezza, sfida e tutte le altre qualità positive che vi vengono in mente.
Bene, cioè: male. Perché io sono convinta che il mito proprio non si trovi (la coordinata lascia a desiderare)… a ogni pisciatina di cane. Il mito, l’archetipo autentico sono “eventi” che puntellano raramente la storia dell’uomo. E non è possibile che, ora, improvvisamente, si siano ristretti come le mie maglie di lana dopo il trattamento d’urto in lavatrice. Se la società si rimpicciolisce, se si rimpiccioliscono, sin quasi a divenire impercettibili i suoi valori, non è detto che i miti debbano fare altrettanto. Per esempio non è detto che un ragazzotto che ha partecipato a una trasmissione come il GF (vi giuro sul mio ombelico che io non ne ho visto un fotogramma) venga considerato un mito solo perché è stato davanti a una telecamera, né che possano essere considerate miti politici (lo stipendio da europarlamentari rende tali) delle ragazze fotogeniche, né che sia un mito, che so, il vostro vicino di casa perché ha un’auto che si mette subito in moto. Non siete d’accordo? Per me, un mito è un personaggio a-tutto-tondo. Una persona non perfetta, per carit, che però riesce a essere se stessa in ogni occasione, ad aggettare sulla massa, a ottenere vera gloria che poi è quella che deriva dall’aver costruito qualcosa di postitivo per la collettività. C’è un mito così oggi intorno a noi?
Sì, va be’: c’è Obamino (che è forse un mito anche grazie a Michelle e che è ancora alle prese con la domanda di Alessandro (Manzoni) : “la sua è vera gloria?”); c’è Polansky; c’è Rita Levi Montalcini, la Hack, la Littizzetto; c’è Woody Allen e Verdone e – naturalmente – George; ci sono (ma è un punto di vista personale) i miei genitori e anche la nonna Bruna e Dario De Bastiani (spero non mi legga!); c’è Steve Jobs, Daniel Pennac, Vittorio Zucconi, Guia Soncini, Travaglio, e Maurizio Cattelan, Vasco, Guccini, Mina. Ma poi? Quali altri miti possiamo individuare intorno a noi?
Io vi sfido: provate, dico provate, a individuare un mito vero nella società contemporanea. Un personaggio come Napoleone (che, ma per favore!, è stato associato a Silvio), personalità come San Francesco, Giovanna d’Arco, Socrate, Platone, Michelangelo Merisi, Leonardo, Lassie, Robert Mitchum, John Wayne, Alfred Hitchock, Vincenzo Tiberio e Alexander Flaming, Gutenberg e Manuzio o Primo Levi.
Per Jung, il mito è l'immagine primaria (urtümliches Bild) dell'inconscio collettivo. La persona(lità) che diventa il nostro faro-nella-notte. Il punto di orientamento. No: ve lo ricordo solo perché ho appena trovato in internet l’icona di Veronica Che Lario. Che vi propongo qui. A dimostrazione (provate a confutarmi, se ci riuscite. Anzi: vi prego: fatelo!) che anche la categoria “mito” è finita nella raccolta indifferenziata dell’oblio.

manu
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Che Veronica
Siamo ormai talmente abituati all'appiattimento generale, alla mancanza di qualsiasi reazione logica da farci sembrare "eventi straordinari" ciò che invece dovrebbe assere la normalità. Non riprendo il pensiero Junghiano sul mito (già brillantemente citato da Manu), ma penso che i miti odierni li fabbrichiamo noi, e questo succede perchè i valori, i principi, l'etica, la sensibilità, l'intelligenza sono armai considerate cose vetuste dalla società odierna: ciò che conta sono i soldi, l'apparire, non importa "come" o in cambio di cosa; ma questo è considerato ormai l'unico modo per dimostrare di esistere. In questo contesto pertanto anche certi miti non sono alla fine poi tali. La dimostrazione? Dopo alcuni anni nessuno si ricorda più di loro, quindi non erano dei miti, ma semplici "meteore" di passaggio. Purtroppo le grandi menti o i grandi artisti che la storia ci ha consegnato non interessano più, troppa fatica per comprendere le loro opere, il loro pensiero. Andate ad un concerto di musica classica (oppure "moderna impegnata"), ad una mostra di pittura, o a qualche evento di carattere intellettuale dove non ci sono veline e telecamere ma dove probabilmente è ancora possibile "incontrare" qualche mito vero (Manu ne ha citati a bizzeffe): dal numero dei presenti avrete modo di constatare quanto "il pensiero" sia ormai ridotto ai minimi termini. Per la maggioranza delle persono non sono più questi i miti ma, ad esempio, i calciatori, strapagati, che rincorrono un pallone con l'obiettivo di mandarlo nella porta avversaria: e quì troviamo stadi strapieni e folle osannanti. Secondo i comportamenti attuali, questi sono i nuovi miti (si fa per dire, poichè anche nell'antica Roma succedeva la stessa cosa, dove però gli scontri fra avversari erano un tantino più cruenti e dove il sangue scorreva in quantità industriale). Dal lato pratico quindi nulla è cambiato: pane e circo ieri, pane e circo oggi. Del resto, seguire le vicende sportive non richiede impegno, studio, ricerca, fatica mentale, ma solo una partecipazione passiva, dove però psicologicamente ognuno si sente partecipe direttamente, anche senza aver mai fatto una flessione, ed alla fine si sentono "eroi" (quando la squadra vince). Non me ne vogliano gli sportivi poichè per un'altra metà del cielo, interessata ad alto tipo di sensazioni, vale la stessa cosa con la differenza che in questo caso il pallone non c'entra ma entrano in campo veline, tette (in molti casi rifatte) e culi: i nuovi mezzi di comunicazione (leggi soprattutto la TV, ma anche certi giornali non sono da meno), attraverso dirigenti e programmatori con pochi scrupoli, condizionati dall'audience, portano nelle case dei cittadini (paganti) una montagna di pubblicità e spettacoli assolutamente cretini. Gli spettatori vivono e partecipano quindi a vicende altrui, fasulle, inconsistenti, molte volte banali, fino al punto però di immedesimarsi in questi personaggi, tanto da applaudire come "miti" personaggi assolutamente irreali e fasulli. Conclusione: questo modello sociale però funziona benissimo tanto da attrarre molte ragazzette al punto da spingerle a desiderare, come massima aspirazione, di fare le veline (costi quel che costi, ma tant'è soldi e pubblicità valgono, sencondo loro, qualsiasi "sacrificio"). Ciò spiega anche il clamore di qualche evento che normalmente dovrebbe rimanere nella sfera privata, ma che esigenze di visibilità a volte spinge oltre i confini della sfera privata. Nel caso specifico di questi giorni brava "Che Veronica" che ha avuto quei sussulti di dignità tanto rari nel mondo di oggi.
Franco